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Assegno di cura: che cos’è, e perché non esiste un importo nazionale

È la misura che paga la famiglia per tenere a casa la persona invece di ricoverarla. Ma non la dà lo Stato: la decide la Regione, e da una Regione all’altra cambia tutto, a partire dal nome.

In breve

L’assegno di cura è un contributo economico periodico a chi assiste a casa una persona non autosufficiente. Non è una misura nazionale: la istituisce e la finanzia la Regione, la eroga il Comune o l’azienda sanitaria, e i requisiti, gli importi e perfino il nome cambiano da una Regione all’altra — «assegno di cura», «impegnativa di cura domiciliare», «misura B2», «contributo per l’assistenza familiare». Tre cose valgono quasi ovunque: serve una valutazione multidimensionale dell’azienda sanitaria, serve un ISEE sotto una soglia, e quasi sempre l’importo si riduce se la persona percepisce l’indennità di accompagnamento. Si chiede allo sportello sociale del Comune, e nella maggior parte dei casi va a bando: fuori dalla finestra si aspetta il giro dopo.

Perché non troverai «quanto spetta»

Cercare «assegno di cura quanto spetta» non dà una risposta, e non è un difetto dei motori di ricerca: la risposta non esiste al plurale. Ogni Regione ha costruito la sua misura con il proprio fondo per la non autosufficienza, con i propri livelli di bisogno e le proprie soglie.

Il modo giusto di cercare è un altro: il nome della misura più il nome della propria Regione. E i nomi da provare sono questi — «assegno di cura», «impegnativa di cura domiciliare», «contributo per l’assistenza familiare», «misura B2», «buono servizio», «assegno di autonomia». Sono la stessa idea sotto etichette diverse.

Il meccanismo, che invece è quasi sempre lo stesso

  1. La valutazione. Una commissione dell’azienda sanitaria — UVG, UVM, commissione distrettuale — stabilisce il livello di bisogno. L’importo dipende da quel livello, non da quanto si spende.
  2. L’ISEE. Serve sotto una soglia, che è regionale. E attenzione: non è sempre l’ISEE sociosanitario. In Emilia-Romagna, per esempio, si guarda l’ISEE dell’intero nucleo familiare, con soglia a 25.000 € per gli anziani e 20.000 € per il contributo aggiuntivo sull’assistente familiare. Qual è quello giusto è la prima domanda da fare, e la guida sull’ISEE sociosanitario spiega perché la differenza pesa.
  3. Il progetto assistenziale. Quasi ovunque il contributo si lega a un piano scritto: chi assiste, quante ore, con quale aiuto. Dove c’è un contributo dedicato alla badante, serve il contratto regolare.
  4. Il bando. Nella maggior parte dei casi le domande si presentano in finestre. Fuori finestra si aspetta il giro successivo.

La cosa che sorprende: si scala con l’accompagnamento

È il punto su cui le famiglie restano più spiazzate. L’assegno di cura non si somma all’indennità di accompagnamento come se fossero due cose diverse: nella maggior parte dei regolamenti l’importo si riduce quando c’è l’indennità, perché la misura è pensata come un’integrazione di quello che già arriva.

Un esempio concreto, con la sua data: l’AUSL di Parma, sulla pagina aggiornata al 31 maggio 2024, indica per gli anziani di livello A un importo giornaliero di 22 €, che scende a 7,75 € se la persona percepisce l’indennità di accompagnamento. Accanto c’è un contributo mensile di 160 € per l’assistente familiare regolarmente assunta, per chi sta sotto la soglia ISEE più bassa.

Sono cifre di quella Regione e di quella data, riportate per far vedere la forma della misura, non per dire quanto spetta a voi. Quelle della vostra Regione le dice lo sportello, e vanno chieste per iscritto.

E la Prestazione Universale, che invece è nazionale

Accanto ai contributi regionali, dal 1° gennaio 2025 esiste una misura dello Stato: la Prestazione Universale, sperimentale fino al 31 dicembre 2026. I requisiti sono stretti: 80 anni compiuti, bisogno assistenziale riconosciuto come gravissimo dall’INPS, indennità di accompagnamento già in pagamento, ISEE sociosanitario non superiore a 6.000 €, e nessun ricovero in RSA o struttura simile.

Non è tassata e non è pignorabile. Ma è sperimentale: la data di fine è scritta nella legge, e quello che succede dopo oggi non lo sa nessuno. Chi ha i requisiti fa bene a chiederla subito, perché ogni mese non chiesto è un mese perso — vale la stessa regola della decorrenza.

Le quattro domande da fare allo sportello

Una telefonata al servizio sociale del Comune o allo sportello sociale del distretto basta a chiudere il discorso in dieci minuti, se si fanno le domande giuste. Sono queste:

  1. Nella nostra Regione come si chiama, e c’è in questo momento? Alcuni bandi sono sospesi per esaurimento fondi, e non sempre è scritto da nessuna parte.
  2. Quale ISEE serve — ordinario o sociosanitario — e quale soglia? Presentare quello sbagliato fa perdere il giro.
  3. Quando apre la finestra, e quanto resta aperta? Da segnare sul calendario lo stesso giorno.
  4. Quanto si riduce se c’è già l’indennità di accompagnamento? È la domanda che nessuno fa, ed è quella che dice se vale la pena muoversi adesso o dopo.

Le risposte vanno chieste per iscritto, anche solo via email: uno sportello che risponde a voce oggi può avere un’altra persona allo sportello il mese prossimo.

La tua situazione, in trenta secondi

Questi sono i numeri medi. La tua famiglia ha i suoi: sei domande, nessuna registrazione, e ti diciamo quanto puoi recuperare in un anno e in che ordine muoverti.

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Da dove vengono questi numeri

Importi verificati al 1 settembre 2026. Questa pagina ha valore informativo: non sostituisce il patronato, il CAF o un professionista abilitato, e il riconoscimento delle prestazioni dipende da accertamenti che nessun articolo può anticipare.

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